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The Monkey: L’orrore si tramanda da padre in figlio

The Monkey: L’orrore si tramanda da padre in figlio

“From father to son”. Da padre a figlio. È così che, spesso, si tramandano le cose. Le passioni, i talenti, i pregi, e i difetti. Ed è da padre in figlio che si tramanda, in questo caso, anche l’orrore, cioè la capacità di spaventare, di dare una forma alle nostre paure. E, forse, di esorcizzarle. Così, da padre in figlio, si sta tramandando il senso per l’horror. Osgood Perkins, nuovo talento di questo genere, è il figlio di Anthony Perkins, l’indimenticabile Norman Bates di Pyscho. Ma se l’horror ha un padre putativo, questo è Stephen King. E un altro padre storico del recente cinema horror è James Wan, l’artefice di film cult come The Conjuring e Saw. The Monkey, tratto da un romanzo di King, scritto e diretto da Osgood Perkins (Longlegs) e prodotto da Wan, è l’unione di questi talenti, è l’arte di tramandare la paura, è un horror molto particolare che prende vita da una grande famiglia, una sorta di Avengers del terrore. E racconta proprio una storia di padri e di figli.

È stato proprio il padre, tanti anni fa a lasciare a due fratelli gemelli una misteriosa scimmietta a molla, un giocattolo in fondo inutile, apparentemente innocuo, ma anche un po’ inquietante come sanno essere alcuni giochi. Da quando i due ragazzini gli danno però la carica, una serie di morti inspiegabili distrugge la loro famiglia. Venticinque anni dopo, il giocattolo maledetto riappare, dando inizio a una nuova scia di sangue e costringendo i due fratelli, ormai separati, a fare i conti con il loro oscuro passato.

La malefica scimmia di The Monkey è l’ennesima incarnazione di una serie di oggetti o personaggi che dovrebbero essere giocosi e divertenti, ma finiscono per essere inquietanti o mortali. Ci viene in mente Chucky, protagonista de La bambola assassina, o la recente, infernale Annabelle. Ma anche, proprio per restare nel mondo di Stephen King, il terribile clown di It. Il cinema horror spesso si fonda sul senso del “perturbante”: qualcosa che dovrebbe essere familiare, amichevole, e che invece finisce per essere il suo contrario, spaventoso e pericoloso. La scimmia del film qui non uccide direttamente, ma quando agita le sue braccine, quando rotea le bacchette e suona quel dannato tamburo chiama la morte certa di chi si trova nelle vicinanze. È una messaggera di morte? È il Diavolo?

È uno di quei film in cui il vero protagonista è la Morte, una Morte che, quando sceglie di arrivare, percorre vie misteriose, tutte sue. In questo senso The Monkey è di fatto l’erede della saga di Final Destination, che era un horror senza un vero cattivo, o meglio, con un cattivo che era fuori campo. Anche The Monkey è un tipo di racconto che, in fondo, più che spaventare intriga e incuriosisce. Perché lo spettatore non sa ogni volta che cosa aspettarsi, non sa da dove arriverà la Morte e che percorso tortuoso metterà in atto per raggiungere il malcapitato. Osgoood Perkins così si diverte molto a giocare con una serie di trovate e a stupire lo spettatore. E ha talmente tante idee per le morti, che alcune le lascia sullo sfondo o fuori campo. Creando in questo modo una sorta di effetto di moltiplicazione della Morte: se capiamo che accadono anche cose che non vediamo, l’idea è che la Morte, una volta attivato il tamburello della scimmia, possa davvero essere ovunque.

Ambientato nel Maine caro a Stephen King, è un racconto pieno di citazioni kinghiane (ci abbiamo visto, tra le tante, Cose preziose) ma anche legate al padre di Perkins, cioè a Psycho (fateci caso, una parte della storia si svolge in un motel…). La cosa interessante di un film come The Monkey, però, è che è un ottimo horror e al tempo stesso la sua parodia. Ma è costruito in modo che la parodia non neghi affatto l’horror stesso, contribuendo anzi a renderlo efficace, godibile, credibile. The Monkey è un film dell’orrore che, come detto, più che spaventare intriga, spiazza, avvince. E vive su un tono di racconto particolarissimo, su un’ironia molto più spinta di quella tipica di alcuni horror, quella che serve solo ad allentare la tensione. Qui, a tratti, il tono è quasi comico. E funziona alla grande.

Ma perché allora girare un horror con questo tono, perché far ricorso a quella che è quasi una parodia? Possiamo leggere la scelta di Osgood Perkins (che, nel suo film precedente, aveva legato l’horror al thriller in stile Il silenzio degli innocenti) in due modi. La prima è forse un modo ancora più forte e beffardo di esorcizzare quella Morte che, come sentiamo dire nel film, capita a tutti, dipende solo dove e quando. La seconda, e forse è quella che ha più senso, è nel confronto con il passato, con quei padri – naturali e putativi – di cui parlavamo. Forse Osgood Perkins vuole parlarci dell’impossibilità di fare il cinema horror di una volta, quello che davvero riusciva a spaventare e a segnarci anche a lungo nel profondo. Perché in questi anni abbiamo già visto di tutto a livello di cinema ed è impossibile andare oltre, perché il modo di fare cinema è cambiato. E forse perché la realtà ci sta proponendo immagini più brutali di qualsiasi film. E allora la via per fare un buon film dell’orrore oggi può essere questa. Sorridere del cinema che è stato e delle nostre paure. E continuare a fare prodotti di qualità, nel nome del padre.

di Maurizio Ermisino

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