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	<title>Valerio Mastandrea Archives - Magazine Webtic</title>
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		<title>Festa del Cinema di Roma, Cinque secondi: Paolo Virzì dirige Valerio Mastandrea in un film dolente e catartico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ermisino Maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 09:52:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le unghie delle dita delle mani nere, incrostate di sporco. La barba incolta, ispida. Un uomo che si muove in una casa con il frigo mezzo vuoto, con gli alimenti andati a male, e con un tavolo dove le stoviglie sono ammassate, sporche, ancora con gli avanzi di dei pasti frugali. Cinque secondi, il nuovo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le unghie delle dita delle mani nere, incrostate di sporco. La barba incolta, ispida. Un uomo che si muove in una casa con il frigo mezzo vuoto, con gli alimenti andati a male, e con un tavolo dove le stoviglie sono ammassate, sporche, ancora con gli avanzi di dei pasti frugali. Cinque secondi, il nuovo film di Paolo Virzì, presentato alla Festa del Cinema di Roma e al cinema dal 30 ottobre, inizia così. Con una casa in stato di abbandono e un uomo in stato di abbandono. Adriano, interpretato da Valerio Mastandrea, vive accanto a Villa Guelfi, nella campagna toscana, un’ex casa nobiliare ormai fatiscente e pericolante. Lui ha affittato le vecchie scuderie, adattate ad appartamento, proprio per questo. Perché tutto intorno a lui non c’è nessuno. Sì, Adriano non vuole vedere nessuno, neanche un tecnico per la caldaia o il postino. Le cose cambiano, però, quando nel podere di Villa Guelfi arriva un gruppo di giovani idealisti, studenti di agraria ed enologia, che vogliono far rivivere l’antica vigna. Tra loro c’è anche l’erede dei Conti Guelfi, una ragazza indipendente e anticonformista.</p>
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<p style="text-align: justify;">Mentre, in un flashback, scorre Tango di Tananai, una delle più belle canzoni italiane scritte negli ultimi anni, capiamo che Cinque secondi ha colto subito la nostra attenzione. Che va in due direzioni. Guarda al passato, per provare a capire cosa davvero è successo nella vita di Adriano. E va anche verso il futuro. Perché l’incontro con i giovani che vogliono provare a far rivivere la campagna risveglia in lui qualcosa, che forse può salvarlo. In particolare, è il rapporto con la contessina, che si prende a cuore da quando scopre che è incinta, a commuovere, ma anche a divertire. Perché si scatena una sorta di “sentimento del contrario”, per cui un uomo che vedevamo inaridito e distante, diventa all’improvviso premuroso, attento, quasi pedante, mentre la giovane sembra vivere la gravidanza in modo completamente diverso, spensierato, a tratti incosciente.</p>
<p style="text-align: justify;">Paolo Virzì, insieme a Francesco Bruni, fidato sceneggiatore di tanti film, e al fratello Carlo Virzì, ancora una volta ci racconta una bella storia. Oggi la si definirebbe dramedy, ma in fondo è la nostra vecchia Commedia all’Italiana, di cui Virzì e Bruni sono da anni tra i pochi eredi. Rispetto alla Commedia Italiana classica, e ai film di Virzì, la formula in un certo senso è ribaltata. Invece delle risate che nascondono un retrogusto amaro, tipico di questo genere di film, c’è prima l’amarezza, la tristezza, e poi arriva qualche sorriso a stemperare la tensione, per poi aprirsi man mano verso dei momenti di speranza.</p>
<p style="text-align: justify;">È un Virzì diverso dal solito, più intimista, più quieto, più dolente, più vicino ai suoi film più crepuscolari che alle commedie per cui lo abbiamo riconosciuto. Ma dentro c’è comunque la sua intensità, il suo sguardo ironico, la sua umanità. Cinque secondi è un film che parla di un nuovo impegno e un nuovo modo di vivere la società, che prova a capire una certa parte dei giovani di oggi. Parla della disabilità, e dei diversi modi di intenderla. Ha un intreccio costruito in modo sapiente a livello narrativo. E un’anima intensa che riesce anche a commuovere. Come detto, è un Virzì al contrario, che ci fa prima piangere e poi ridere.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo contribuisce un grandissimo Valerio Mastandrea. Come abbiamo scritto, qui è nella sua comfort zone, certo. Un uomo depresso, deluso, dolente. Il suo tipico spleen ben si adatta al suo Adriano. Ma qui riesce ad aggiungere nuove sfumature alla palette di colori dei suoi tipici personaggi. A costruire Adriano contribuiscono una barba incolta, irsuta e gli occhi spenti. Che però si accendono quando, all’improvviso, trova un senso in quello che sta facendo. Accanto a lui, in un grande cast, c’è Valeria Bruni Tedeschi, anche lei in qualche modo diversa dal suo solito. La sua “pazza gioia” qui è una gioia che serve a non disperare, di chi ride per non piangere. Eppure, allo stesso tempo, è una piccola gioia in grado di tirare su un amico che sta affondando. Accanto a loro c’è un cast di giovani attori &#8211; unico neo del film, Virzì li fa esultare e cantare in continuazione, cosa che appare un po’ forzata e poco realistica – che vogliono provare a cogliere una parte delle nostre nuove generazioni. La parte migliore. Se il nostro futuro fosse questo, sarebbe un’ottima cosa. Virzì ci crede. E ci crediamo anche noi.</p>
<p><strong>di Maurizio Ermisino</strong></p>
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		<title>Presentato alla XVIII edizione della Festa del Cinema di Roma, C’È ANCORA DOMANI per la regia di Paola Cortellesi.</title>
		<link>https://magazine.webtic.it/2023/10/18/presentato-alla-xviii-edizione-della-festa-del-cinema-di-roma-ce-ancora-domani-per-la-regia-di-paola-cortellesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Oct 2023 13:59:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Viene presentato oggi, come film d’apertura della XVIII edizione della Festa del Cinema di Roma, C’È ANCORA DOMANI per la regia di Paola Cortellesi. Molto atteso dal grande pubblico della Festa, il film, scritto da Furio Andreotti, Giulia Calenda e dalla stessa Paola Cortellesi, è ambientato nella seconda metà degli anni ’40 a Roma ed è girato in bianco e nero. Paola [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Viene presentato oggi, come film d’apertura della XVIII edizione della Festa del Cinema di Roma, <strong>C’È ANCORA DOMANI</strong> per la regia di <strong>Paola Cortellesi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-204091 alignleft" src="https://i0.wp.com/magazine.webtic.it/wp-content/uploads/2023/10/Manifesto-Ancora-Domani-70x100cm.jpg?resize=210%2C300&#038;ssl=1" alt="" width="210" height="300" srcset="https://i0.wp.com/magazine.webtic.it/wp-content/uploads/2023/10/Manifesto-Ancora-Domani-70x100cm.jpg?resize=210%2C300&amp;ssl=1 210w, https://i0.wp.com/magazine.webtic.it/wp-content/uploads/2023/10/Manifesto-Ancora-Domani-70x100cm.jpg?resize=717%2C1024&amp;ssl=1 717w, https://i0.wp.com/magazine.webtic.it/wp-content/uploads/2023/10/Manifesto-Ancora-Domani-70x100cm.jpg?resize=768%2C1097&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/magazine.webtic.it/wp-content/uploads/2023/10/Manifesto-Ancora-Domani-70x100cm.jpg?resize=750%2C1072&amp;ssl=1 750w, https://i0.wp.com/magazine.webtic.it/wp-content/uploads/2023/10/Manifesto-Ancora-Domani-70x100cm.jpg?w=800&amp;ssl=1 800w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" data-recalc-dims="1" />Molto atteso dal grande pubblico della Festa, il film, scritto da<strong> Furio Andreotti</strong>, <strong>Giulia Calenda </strong>e dalla stessa<strong> Paola Cortellesi</strong>, è ambientato nella seconda metà degli anni ’40 a Roma ed è girato in bianco e nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Paola Cortellesi, attrice, sceneggiatrice, autrice, alla sua prima prova da regista cinematografica, ne è anche protagonista nei panni di Delia, accanto a Valerio Mastandrea che interpreta suo marito Ivano, a Emanuela Fanelli che è Marisa, l’amica e confidente di Delia, a Giorgio Colangeli che è nonno Ottorino e a Romana Maggiora Vergano nei panni di Marcella, la giovane figlia della coppia.</p>
<p style="text-align: justify;">La fotografia del film è firmata da <strong>Davide Leone</strong>, i costumi sono di <strong>Alberto Moretti</strong>, la scenografia di <strong>Paola Comencini</strong>, il trucco di <strong>Ermanno Spera</strong>, il montaggio di <strong>Valentina Mariani</strong>, le musiche originali sono di <strong>Lele Marchitelli </strong>e si affiancano a una colonna sonora composta da brani di repertorio che vanno da canzoni d’epoca a contemporanee.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sinossi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Delia (<strong>Paola Cortellesi</strong>) è la moglie di Ivano, la madre di tre figli.<br />
Moglie, madre. Questi sono i ruoli che la definiscono e questo le basta. Siamo nella seconda metà degli anni 40 e questa famiglia qualunque vive in una Roma divisa tra la spinta positiva della liberazione e le miserie della guerra da poco alle spalle.<br />
Ivano (<strong>Valerio Mastandrea</strong>) è capo supremo e padrone della famiglia, lavora duro per portare i pochi soldi a casa e non perde occasione di sottolinearlo, a volte con toni sprezzanti, altre, direttamente con la cinghia.<br />
Ha rispetto solo per quella canaglia di suo padre, il Sor Ottorino (<strong>Giorgio Colangeli</strong>), un vecchio livoroso e dispotico di cui Delia è a tutti gli effetti la badante. L’unico sollievo di Delia è l’amica Marisa (Emanuela Fanelli), con cui condivide momenti di leggerezza e qualche intima confidenza.<br />
È primavera e tutta la famiglia è in fermento per l’imminente fidanzamento dell’amata primogenita Marcella (Romana Maggiora Vergano), che, dal canto suo, spera solo di sposarsi in fretta con un bravo ragazzo di ceto borghese, Giulio (Francesco Centorame), e liberarsi finalmente di quella famiglia imbarazzante.<br />
Anche Delia non chiede altro, accetta la vita che le è toccata e un buon matrimonio per la figlia è tutto ciò a cui aspiri. L’arrivo di una lettera misteriosa però, le accenderà il coraggio per rovesciare i piani prestabiliti e immaginare un futuro migliore, non solo per lei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intervista Paola Cortellesi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Come è nata l&#8217;idea del film e che cosa ti stava a cuore raccontare?&#8221;</strong><br />
&#8220;È nata dalla voglia di raccontare le storie delle persone che hanno vissuto nell&#8217;immediato secondo dopoguerra, storie che ho appreso dai racconti dai veterani della mia famiglia: le nonne, ma anche le zie, i miei genitori.<br />
In quei racconti c’erano gioie e dolori delle vite che avevano incrociato: i parenti, i vicini di casa, le comari nel cortile, i bambini in strada. Storie drammatiche, divertenti, paradossali, a volte tragiche. In ognuna di esse c’erano donne comuni che avevano accettato una vita di prevaricazioni perché così doveva essere, senza porsi domande. Desideravo raccontare questa disillusione &#8211; in un’epoca in cui i diritti femminili erano pressoché inesistenti- e insieme la nascita di una consapevolezza, un germe spontaneo, nella vita di una donna qualunque.<br />
Insieme a Giulia Calenda e Furio Andreotti, abbiamo immaginato la storia di una donna comune di quell’epoca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Che tipo di collaborazioni avete avuto in fase di documentazione e di scrittura?</strong><br />
&#8220;Abbiamo decisamente attinto dalle nostre conoscenze familiari ma trattandosi di una storia inserita in un contesto storico molto specifico ci siamo avvalsi della consulenza storica di Teresa Bertilotti, che ci ha messo a disposizione la sua conoscenza sull&#8217; argomento. Sin da piccola, ho sempre immaginato le storie che mi raccontavano in bianco e nero, certamente influenzata dai film ambientati in quel periodo storico, molto amati in casa nostra: la grande produzione di cinema neorealista dell’epoca la commedia all’italiana poi. Nel mio film però mi piaceva fare riferimento al cosiddetto neorealismo rosa, che narrava fatti e personaggi realistici ma inseriti in un contesto romantico, in cui motore in fin dei conti era una storia d&#8217;amore (penso ad esempio a &#8220;Campo dei fiori&#8221; di Mario Bonnard, o “Abbasso la miseria!” di Gennaro Righelli). A questo proposito ho usato il formato 4/3 per la sequenza che apre il film prima dei titoli di testa; mi piaceva riprodurre, nei primi minuti del film, le atmosfere quel cinema, per poi “allargare” sia il formato che il discorso.<br />
&#8220;Chi è la Delia che interpreti e come si sviluppa nel tempo il suo itinerario di redenzione?<br />
&#8220;Delia è una donna piuttosto inconsapevole, come tantissime donne dell&#8217;epoca che non hanno mai potuto scegliere nulla della propria esistenza. Non ha ambizioni se non quella di un buon matrimonio per sua figlia (è incredibile che per molte famiglie e molte giovani, questo sia tutt&#8217;oggi ancora considerato un traguardo, un punto di arrivo); ma è proprio osservando Marcella che Delia capisce di dover rivoluzionare il corso, già delineato, delle loro vite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Come avete costruito il personaggio del dispotico Ivano, simbolo del maschilismo ottuso consolidatosi</strong><br />
<strong>durante il fascismo? C&#8217;è stata una costruzione comune con Valerio Mastandrea a livello creativo?&#8221;</strong><br />
In fase di soggetto, quando il personaggio non era ancora approfondito, avevamo immaginato un uomo che avesse anche nella fisicità, nei tratti, una durezza molto evidente ma andando avanti nella scrittura ci è venuto naturale sviluppare Ivano come un uomo comune, violento e a tratti spaventoso ma anche ignorante, goffo, ridicolo. Non un mostro dunque ma uno qualsiasi, che agisce in una &#8220;normalità&#8221; che prevede una abituale e indicibile violenza e prevaricazione. Per interpretare un ruolo così complesso era fondamentale un interprete che possedesse entrambi i registri e potesse usarli a volte quasi contemporaneamente. Valerio ha la capacità di rendere autentico tutto ciò che fa. Ha colto fin dal primo racconto le sfumature del personaggio e le ha sposate totalmente. In fase di preparazione poi, visto il mio duplice ruolo di regista e interprete abbiamo fatto tre settimane di prove con tutti gli interpreti, come accade abitualmente in teatro, e in quella fase il confronto con Valerio è stato per me irrinunciabile e prezioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Come e perché hai scelto i tuoi attori, che cosa hai trovato in ognuno di loro che ti ha convinto a scritturarli?&#8221;</strong><br />
&#8220;Valerio, Giorgio, Emanuela, Vinicio, sono attori straordinari con cui tutti vogliono lavorare, quindi piuttosto che spiegare perchè li ho chiamati mi sentirei di ringraziarli per aver accettato di essere nel mio film! Grazie alle brillanti proposte delle casting Laura Muccino e Sara Casani poi ho potuto conoscere i giovanissimi Romana Maggiora Vergano (la figlia Marcella) e Francesco Centorame (il suo fidanzato Giulio). Sono stata folgorata dai loro provini e dalle loro sbalorditive doti attoriali. Hanno entrambi una preparazione eccellente e in più hanno un talento e una sensibilità fuori dal comune.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Ricordi qualche momento della lavorazione che ti ha dato più soddisfazione e più emozioni?<br />
</strong>&#8220;Ce ne sono stati tanti, è stato un set sereno e avvolgente, in cui ho avuto il piacere e la fortuna di poter condividere tutto con una troupe che ha avuto fiducia in me, che mi ha voluto bene e mi ha emozionato ogni giorno. Elettricisti, macchinisti, i reparti di fotografia, scenografia, costumi, trucco e acconciature, mi sono sempre stati tutti vicini, coinvolti e complici, creativi per ogni piccolo aspetto o dettaglio e hanno dato sempre il massimo. Il momento più emozionante è arrivato quando durante le riprese della sequenza finale ho proposto un fuori programma e ho chiesto a circa 300 generici di chiudere la bocca e serrare le labbra: lo hanno fatto nel migliore dei modi, con grande partecipazione emotiva. Mi hanno commosso… però non ho mica pianto sa, ho detto: “Bella! Ne facciamo un’altra&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intervista a Valerio Mastandrea</strong><br />
<strong>“Come sei stato coinvolto nel progetto del film?”</strong><br />
Lo sguardo che Paola ha scelto per trattare il tema del film è la scommessa più grande che potesse fare e sentire che potevo aiutarla mi ha lusingato. Credo che mi abbia voluto accanto nella sua opera prima per una ragione puramente antropologica. E cioè non perché mi consideri un attore particolarmente versatile e talentuoso ma semplicemente perché ridiamo nello stesso modo e delle stesse cose. Questo ci permette di<br />
guardare e di stare dentro quello che facciamo come fanno due primati dello stesso gruppo. L&#8217;istinto alla leggerezza, che spesso fa scopa con la improvvisa pesantezza che uno riversa sui parenti più prossimi, è quello che matura chi, come noi, negli anni 90 in pieno edonismo post reganiano era inadeguato quasi a tutto per goffaggine, timidezza e chi più ne ha più ne metta. Insomma, la colpa della nostra presenza sulla scena italiana in tutti questi anni non è la nostra, ma di chi si sentiva molto più sicuro di noi negli anni della giovinezza.</p>
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		<title>Venezia 80, Sollima: “Adagio? Un atto di amore verso Roma. Così si chiude un cerchio”.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bartucca Elisabetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Sep 2023 13:20:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Venezia 80]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Gianmarco Franchini]]></category>
		<category><![CDATA[mostra del cinema di venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Pierfrancesco Favino]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Sollima]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Mastandrea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Venezia il regista Stefano Sollima presenta in concorso l’ultimo capitolo di una trilogia sulla Roma criminale iniziata con la serie di Romanzo Criminale. Un gangster movie decadente, quasi crepuscolare. La fine di un mondo criminale e il tramonto di tre vecchi gangster in una Roma sempre più schiacciata dal caos, soffocata dal caldo, corrotta, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A Venezia il regista <strong>Stefano Sollima</strong> presenta in concorso l’ultimo capitolo di una trilogia sulla Roma criminale iniziata con la serie di <strong><em>Romanzo Criminale</em></strong>. Un gangster movie decadente, quasi crepuscolare.</p>
<p style="text-align: justify;">La fine di un mondo criminale e il tramonto di tre vecchi gangster in una Roma sempre più schiacciata dal caos, soffocata dal caldo, corrotta, confusa e sommersa dalla ceneri di un incendio perenne. Con <strong><em>Adagio</em></strong> in concorso alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Stefano Sollima conclude la sua trilogia sulla Roma criminale iniziata con <em>Romanzo criminale</em> nel lontano 2008, un film decadente, un commiato per chiudere un cerchio, e in un certo senso anche una riconciliazione. <em>“Alcuni degli elementi drammaturgici e visivi del film come gli incendi e i blackout continui potrebbero sembrare distopici, ma vivendo a Roma non lo sono affatto. Dietro <strong>Adagio</strong> c’è un atto di amore verso una città che mi era mancata, volevo tornare a raccontarla e come sempre l’ho trasfigurata. Mentre scrivevamo ci sono stati diversi incendi e blackout, sono successi davvero”, </em>racconta il regista. La storia questa volta è quella di Manuel (<strong>Gianmarco Franchini</strong>), un ragazzo di sedici anni che finisce a una festa per scattare delle foto da consegnare in cambio di soldi a dei carabinieri (<strong>Francesco Di Leva</strong> e <strong>Lorenzo Adorni</strong>) guidati da Vasco (<strong>Adriano Giannini</strong>). Sentendosi raggirato decide di scappare ma si ritrova inseguito dai ricattatori che si riveleranno estremamente pericolosi e determinati a eliminare uno scomodo testimone. A quel punto Manuel si vedrà costretto a chiedere la protezione a due ex-criminali, Cammello (<strong>Pierfrancesco Favino</strong>) e Polniuman (<strong>Valerio Mastandrea</strong>) vecchie conoscenze del padre, Daytona (Toni Servillo), un anziano smemorato (o almeno così pare).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Daytona fa una recita nella recita</em> &#8211; spiega Servillo, alla sua prima volta sul set con Sollima insieme a Mastandrea e alle prese con il romanesco- <em>Sono personaggi criminali che hanno vissuto entro certe regole che intendono rispettare fino alla fine sapendo di andare a sbattere contro un destino inevitabile. Daytona non viene mai meno alla voglia di giocarsela”. </em>Torna invece il sodalizio con Favino, che qui interpreta Cammello: <em>“Lavorare con Stefano è sempre un bel gioco di invenzione, essere nei suoi film vuol dire occupare lo spazio con il corpo in maniera diversa e poter giocare con le inquadrature. L’idea era quella di costruire un personaggio quasi grafico, frutto di certi fumetti degli anni ‘70.</em> – racconta l’attore – <em>Cammello è come quei cani randagi nella polvere abbandonati in un angolo dove vanno a morire in solitudine, quando improvvisamente bussa inattesa alla porta una guerra antica che ti fa risentire quasi l’energia giovanile di quell’adrenalina, il richiamo di un mondo per me negativo, ma che per chi ne fa parte vuol dire valere ancora qualcosa”.</em> E non ha dubbi nel definire Sollima <em>“un regista punk”,</em> perché nei suoi film <em>“non esiste un Dio, non c’è redenzione”</em>.<br />
Un sottobosco di ex membri della Banda della Magliana, che però non ha nessun legame con la serie <em>Romanzo criminale</em>: <strong><em>“</em></strong><em>Lì raccontavo la nascita di una banda, qui la decadenza del crimine, di tre vecchie leggende che vivono ai margini. L’appartenenza alla banda è l’unico elemento di unione, ma serve solo per dare ai personaggi una passato mitologico, quindi per una funzione esclusivamente narrativa. È un film quasi sentimentale, intimo”</em>, conclude il regista.<br />
<em>Photo</em> Credits_Emanuela_Scarpa</p>
<p><strong>di Elisabetta Bartucca</strong></p>
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