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Keeper: il nuovo horror del maestro Osgood Perkins ci parla di relazioni tossiche

Keeper: il nuovo horror del maestro Osgood Perkins ci parla di relazioni tossiche

Su una musica anni Cinquanta score una sequenza di immagini idilliache. Vediamo una serie di ragazze felici e innamorate. Ma, alla fine, sentiamo delle urla. Dopo i titoli di testa, vediamo una coppia partire per una vacanza in una baita isolata, la “cabin in the woods” che abbiamo visto in tanti film. Sono Liz e Malcolm. Sono pronti a godersi il loro weekend fuori porta. Inizia così Keeper, il nuovo film di Osgood Perkins, uno dei nuovi maestri dell’horror, di cui abbiamo apprezzato Longlegs e The Monkey. Uno che l’horror lo ha nel codice genetico, essendo il figlio di Anthony Perkins, l’indimenticato protagonista di Psycho. Ogni suo film è un horror, ma è a suo modo un genere a sé. Longlegs, prima di deflagrare nell’orrore, era un vero e proprio thriller sui serial killer alla maniera de Il Silenzio degli Innocenti. The Monkey era un horror molto più ironico e beffardo, senza spiegazioni e senza un vero villain, un po’ sullo stile dei vari Final Destination. Anche l’horror “cabin in the woods” è una sorta di genere a sé (un film dell’orrore aveva proprio questo titolo).

Una vacanza in due, lontani dal mondo, può diventare un sogno o un incubo a seconda da dove la si voglia guardare. Perché, nel bosco, nessuno può sentirti gridare. Come nello spazio. E così, quell’idillio a due pian piano comincia a scricchiolare. Qua e là si sentono segnali prima bizzarri, poi stranianti, poi man mano sempre più inquietanti. Una voce che arriva da un’altra stanza mentre fai il bagno. Qualcuno che fa un disegno sul vetro appannato. E quella torta al cioccolato portata dalla custode della casa. Che cos’ha quel dolce di così particolare? E questo è solo l’inizio.

C’è qualcosa, là fuori, nel bosco. Ma c’è qualcosa anche in casa. E, per tutto il film, o almeno per gran parte, non sappiamo cosa aspettarci. Il vero pericolo è fuori o è in casa? O è in entrambi i luoghi? Quello che vediamo è vero, o è la percezione distorta di Liz? Osgood Perkins è bravissimo a tenerci sul filo, che in film di questo tipo è tutto, con una regia abilissima, che gioca sui dettagli, sui particolari, sugli oggetti, sulle atmosfere. Lo spavento avviene quasi a livello subliminale, con lo sguardo del regista che si sofferma pochi istanti su qualcosa, per poi distoglierlo subito. Con alcuni momenti, come il gioco di dissolvenze incrociate nella scena della torta, che sono puro David Lynch, preso da Fuoco cammina e con me e Mulholland Drive. Il gioco è evocare, suggerire, mostrare il meno possibile.

Ma a un certo punto le cose le devi mostrare, l’enigma lo devi sciogliere. E quando, a due terzi del film, i nodi vengono sciolti, tutti ad un tratto, con uno “spiegone” vero e proprio messo in atto da un personaggio, tutto diventa meno affascinante e meno plausibile. Perché anche se le premesse di un horror attengono spesso al mondo del fantastico, è anche vero che ci sono delle regole che, una volta apposte, devono essere seguite. E allora ti trovi a chiederti se tutto combaci alla perfezione, se lo svelamento sia soddisfacente rispetto alle premesse e se ogni tassello vada a suo posto. E, in questo senso, Keeper non è proprio un film perfetto.

Ma, ormai l’abbiamo capito, un horror non è mai solo un horror. Ma è sempre, o almeno molto spesso, qualcos’altro. E, allora, giunti alla fine di Keeper, soddisfatti o meno del meccanismo narrativo e di come si è dipanato, si capisce comunque il disegno di questa storia. Che si può ricondurre a una metafora di una relazione tossica, una parabola di come l’uomo possa prevaricare la donna e come il maggior pericolo sia spesso dentro il chiuso delle nostre case. Ma anche, a un livello più ampio, di come la razza umana riesca ad essere spesso autodistruttiva, e come l’uomo sia spesso destinato a distruggere quello che ha creato e quello che ama di più. Con un twist ending, probabilmente un po’ forzato, che ci dice però che le cose possono cambiare. E che un finale che pare scritto non è detto che lo sia.

di Maurizio Ermisino 

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