Hamnet e Hamlet (Amleto) sono in realtà lo stesso nome, intercambiabile nei registri di Stratford tra la fine del XVI° e l’inizio del XVII° secolo. È la scritta che appare sullo schermo all’inizio di Hamnet – Nel nome del figlio, il meraviglioso film di Chloe Zhao candidato in corsa per gli Oscar dopo aver vinto due Golden Globe per il miglior film drammatico e la migliore attrice. È un film commovente, per la storia che racconta, e intrigante per come indaga il rapporto tra vita ed arte. È una storia intima, quella di una famiglia piena d’amore che ha dovuto vivere un dolore grande ed andare avanti. È una storia universale, che viaggia dentro un capolavoro della letteratura e del teatro come l’Amleto di William Shakespeare. Arriva nei cinema italiani il 5 febbraio, distribuito da Universal Pictures. È uno di quei film da non perdere. Uno dei più intensi e commoventi che ci sia capitato di vedere negli ultimi anni.
Inghilterra, 1580. William Shakespeare, insegnante di latino che vive in povertà, incontra Agnes, una ragazza dallo spirito libero e, affascinati l’uno dall’altra, iniziano un’appassionata relazione che li porterà al matrimonio e alla nascita di tre figli. Mentre Will persegue una promettente carriera teatrale nella lontana Londra, Agnes da sola si occupa della sfera domestica. Di fronte ad una tragedia che li colpisce, il legame un tempo indissolubile della coppia viene messo a dura prova, ma la loro esperienza condivisa pone le basi per la creazione del più grande capolavoro di Shakespeare, Amleto.
Hamnet è un film che colpisce prima di tutto per la presenza scenica degli attori. Man mano che la storia, partendo da lontano, prende forma, sono loro, con il loro magnetismo, a catturarci e trascinarci dentro la vicenda. In particolare, è straordinario il ritratto di Agnes che riesce a rendere Jesse Buckley. Il suo volto bellissimo è in scena con la pelle arrossata, screpolata, che la macchina da presa così vicina scruta regalandoci dei dettagli che il grande schermo riesce a restituire al meglio. I capelli selvaggi, spettinati, che le cadono sul volto, contribuiscono a fare il ritratto di una donna libera, selvatica, lontano dalle convenzioni e dai gangli sociali. Una donna che, allora, veniva respinta dalla famiglia e dalla società per un comportamento non consono, non conforme. Era il Seicento. Ma accade ancora oggi. Guardate quegli occhi neri, piccoli, intensi. Quella bocca socchiusa in un senso di stupore e complicità.
E poi c’è William. È il figlio di un artigiano, che lavora la pelle e crea guanti. Ma si sente tagliato per qualcosa di più. E Stratford gli sta stretta. Fa il maestro di latino ai ragazzi del paese, senza guadagnare un soldo. Lo chiamano un pallido studioso, quasi con disprezzo. Diventerà il più grande scrittore di tutti i tempi. A interpretarlo è il Paul Mescal che abbiamo visto in Normal People. Il fisico possente, i tratti del volto duri, rocciosi, spigolosi, ma con dentro quegli occhi liquidi che trasudano dolcezza, fragilità. Ed è proprio su una certa fragilità maschile che ha fondato la carriera questo straordinario attore.
E così William e Agnes ci accompagnano davvero dentro quella che, fino a poco dalla fine, ci sembra una bella storia d’amore d’altri tempi. Quel nome, Hamlet, che è sinonimo di Hamnet, appare all’inizio per poi sparire. E ricomparire, all’improvviso, sul playbill del Globe Theatre. È il nome di una tragedia. Ed è qui che il protagonista viene finalmente chiamato con il suo nome, William Shakespeare. È il momento in cui tutto torna, il cerchio si chiude, i nodi si sciolgono. È quello in cui capiamo il senso del film. La capacità di sublimare il dolore in arte, in eternità.
Il mondo del cinema è pieno di film tratti dall’opera di Shakespeare, quello del teatro vive da secoli centinaia di migliaia di riletture di quelli che sono dei classici e delle storie archetipiche. Ma di rado abbiamo visto William Shakespeare come persona, e abbiamo vissuto i suoi conflitti, i suoi dolori. C’era stato quello di Joseph Fiennes in Shakespeare In Love, ma era una commedia romantica, una storia immaginaria. Anche questa è una storia romanzata, è tratta dal libro di Maggie O’Farrell Nel nome del figlio. Hamnet. Ma pare che affondi le radici nella vera storia intima di William Shakespeare e nella scomparsa del suo giovane figlio a 11 anni. È una storia che prova a far capire il dolore e lo struggimento che danno vita all’arte, il seme da cui nasce l’ispirazione dell’artista, il dramma che diventa tragedia, inteso come genere letterario. Hamnet – Nel nome del figlio è commovente e struggente ma mai ricattatorio. È solido, intenso, coerente con se stesso dall’inizio alla fine. È un film dolente ma catartico, che riconcilia con la vita.
di Maurizio Ermisino
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