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28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa: Siamo sicuri che il nostro mondo ci sia ancora?

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa: Siamo sicuri che il nostro mondo ci sia ancora?

Una Londra completamente deserta, svuotata, spettrale. E un virus che si diffondeva velocemente. Faceva impazzire le persone e le rendeva simili a degli zombie: voraci, veloci e contagiosissimi. Era 28 Giorni Dopo, il film nato nel 2002 dalle menti di Danny Boyle e Alex Garland. Quel film aveva avuto un seguito, 28 Settimane Dopo, e la storia sembrava finita lì. Ma poi è successo qualcosa. È arrivato davvero un virus, quello che abbiamo conosciuto tutti, e le città si sono svuotate proprio come la Londra del film. La gente ha cominciato a rivederlo, a organizzare proiezioni. Per le persone, quel film voleva dire qualcosa. E così Danny Boyle, lo scorso anno, ha riportato in vita la sua creatura. È arrivato 28 anni dopo, il terzo atto della saga e l’inizio di una nuova trilogia con altri due film in arrivo. Il secondo capitolo di questo nuovo racconto, e quarto film dalla saga, è 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, diretto da Nia DaCosta e in arrivo al cinema il 15 gennaio.

Nel nuovo capitolo della saga, il dottor Kelson (Ralph Fiennes) si trova coinvolto in una relazione sconvolgente, con conseguenze capaci di cambiare il destino del mondo, mentre l’incontro di Spike (Alfie Williams) con Jimmy Crystal (Jack O’Connell) si trasforma in un incubo senza via di scampo. In questo scenario, gli infetti non rappresentano più la principale minaccia alla sopravvivenza: è la disumanità dei sopravvissuti a rivelarsi l’aspetto più inquietante e terrificante.

La saga di 28 Anni Dopo continua dunque ad espandersi. Credevamo si fosse fermata al secondo film. Lo scorso anno è diventata una trilogia, ma Danny Boyle ci aveva annunciato subito che 28 Anni Dopo sarebbe stato l’inizio di una nuova trilogia. La sua opera diventerà così una pentalogia, di cui questo è il quarto atto. Ma è un film che stupisce ancora. In parte è il seguito di 28 Anni Dopo, visto che ne riprende l’ambientazione e alcuni personaggi. In parte è una storia nuova, sempre ambientata in quel mondo, visto che porta con sé nuovi personaggi e altri temi. Sì, perché nel frattempo la saga di Danny Boyle è diventata qualcos’altro. Da semplice horror ipercinetico è diventata sempre più un cinema politico. L’horror, in fondo, politico lo è stato da sempre. Ed è un cinema perfetto per diventare metafora di qualcos’altro.

Così, se 28 Anni Dopo era una voluta metafora sulla Brexit, di un’Inghilterra chiusa in se stessa e tornata indietro a un mondo arretrato e patriarcale che non vuole dialogare con il resto della società, qui la riflessione si sposta sull’umanità. I ragazzi che incontra Spike, i Jimmys, sono i bambini che nel film precedente avevamo lasciato all’inizio dello scoppio del virus, quelli che guardavano in tv i Teletubbies mentre stava scoppiando l’Apocalisse. 28 anni dopo, li ritroviamo cresciuti, diventati una banda tipo i Drughi di Arancia Meccanica: venuti su senza padri, senza alcuna guida, non hanno valori, non hanno senso della misura, non hanno alcuna umanità. E il pensiero va a noi, al nostro mondo: ci chiediamo quanto sia lontano dal loro, e quanta umanità sia rimasta nella società di oggi. Il contraltare dei ferini seguaci di Jimmy Cristal è il Dottor Kelson di Ralph Fiennes. Lui prova a resistere con la gentilezza e con il sapere, con la scienza. A un certo punto prova ad analizzare che cosa possa essere il virus: una sorta di psicosi. E questo film vuole dirci che il mondo oggi sta vivendo una sorta di psicosi collettiva.

In 28 Anni Dopo Danny Boyle girava con il suo solito stile “punk” e montava le immagini a ritmo di rock. Nia DaCosta filma in modo diverso da Boyle, in modo meno frenetico e nervoso, più classico, ma mantiene, a livello visivo, la potenza del film precedente. E da Danny Boyle sembra aver ereditato la capacità di fondere alla perfezione le immagini alla musica per dare forza e ritmo al racconto. Nel passaggio tra i due registi il cinema punk di Boyle diventa più pop, più new romantic. Il filo conduttore, a livello musicale, sono infatti i Duran Duran. Ascoltiamo le loro Girls On Film, Rio e Ordinary World (ma anche i Radiohead di Everything In Its Right Place e gli Iron Maiden di 666 The Number Of The Beast). Quella musica, in un film del genere, da un lato suona ironica, beffarda, e nostalgica, simbolo di un mondo che non c’è più e che ci tiene aggrappati ad esso. Dall’altro, ci racconta chi è – o meglio chi era – il Dr. Kelson: un ragazzo sensibile, che amava la musica, l’arte. Uno di noi.

La saga di 28 Giorni Dopo e 28 Anni Dopo nel frattempo è diventata qualcosa di diverso. Non è più il classico film horror spaventoso, ma un racconto fatto anche di musica, ironia, farsa. Che non nasconde il senso di spaesamento per quello che è diventato il mondo. Che è lo stesso che proviamo noi nel nostro oggi. “Una volta c’era un senso di sicurezza. Il mondo aveva un ordine. C’erano dei drammi, ma le fondamenta sembravano incrollabili. Siamo tutti cresciuti in questo mondo. Da qualche anno possiamo dire la stessa cosa? Siamo sicuri che questo mondo ci sia ancora?”. È abbastanza chiaro di cosa parla questo film? Aspettate fino alla fine, per una sorpresa da non rivelare neanche sotto la minaccia di un’orda di zombie. E fissate bene le ultime parole, quanto mai attuali. “Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla”.

di Maurizio Ermisino 

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