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Mio fratello è un vichingo – The Last Viking: Mads Mikkelsen, i Beatles e i vichinghi. Ma è tutto nei suoi occhi

Mio fratello è un vichingo – The Last Viking: Mads Mikkelsen, i Beatles e i vichinghi. Ma è tutto nei suoi occhi

Un banchiere. Un pastore. Uno scienziato. Un criminale. Un educatore. Un guerriero. Un insegnante. Senza dimenticare lo psicologo cannibale per eccellenza, Hannibal Lecter. E ora…. John Lennon. Così, qualche giorno fa, una pagina social dedicata al cinema parlava di Mads Mikkelsen, l’amato attore danese, per presentare il suo nuovo film, Mio fratello è un vichingo – The Last Viking, scritto e diretto dal regista danese premio Oscar Anders Thomas Jensen (Le mele di Adamo), presentato all’ultimo Festival di Venezia e in uscita al cinema il 26 marzo. Quella pagina scriveva così per valorizzare la straordinaria versatilità di Mads Mikkelsen. Lo abbiamo amato da quando lo avevamo visto proprio in quel ruolo di banchiere, che poi era uno che finanziava il terrorismo internazionale: era l’indimenticabile Le Chiffre, il villain di Casino Royale, il primo 007 di Daniel Craig. Un essere perfido a cui, però, sotto stress, sanguinavano gli occhi. E già da quel tratto bisognava capire chi era Mikkelsen: un duro pieno di sfaccettature, con delle zone di fragilità. Ed è proprio quelle che mette in scena in questo film. In cui, ancora una volta, passa tutto attraverso gli occhi.

I fratelli Anker (Lie Kaas) e Manfred (Mikkelsen) condividono un passato difficile e poco altro, dato che Anker ha passato gli ultimi quindici anni in carcere per una rapina. Quando esce, dunque, torna a cercare il bottino che aveva affidato al fratello. Ma Manfred apparentemente non ricorda più dove il denaro è stato sepolto: negli ultimi anni infatti il suo disturbo dissociativo della personalità si è aggravato al punto che è convinto di essere John Lennon, rifiuta categoricamente la sua vera identità e ha addirittura sviluppato una strana ossessione per i cani altrui.

Mads Mikkelsen, dal momento in cui è apparso in Casino Royale, è diventato una star internazionale. Ed è uno che avrebbe potuto continuare a fare l’uomo d’azione o il cattivo a Hollywood, vivere di rendita, continuare a rifare all’infinito quel villain.  E invece si ricorda di tornare a casa e valorizzare anche il cinema danese. Non è un caso che, quasi contemporaneamente a Le Chiffre, lo abbiamo amato anche come protagonista di Dopo il matrimonio, il film danese di Susanne Bier. A Mikkelsen piace tornare nel posto da cui era partito, per raccontare storie tipiche della sua terra. E The Last Viking, al di là del titolo che ne rievoca le tradizioni storiche (che, in qualche modo, entreranno nell’opera) è un film prettamente scandinavo, che porta con sé il senso danese per il dramma e un tocco più surreale che invece appartiene più al cinema scandinavo, vedi alla voce Kaurismaki.

Aiutato da un paio di grandi occhiali che lo rendono un po’ goffo, Mads Mikkelsen si trasfigura, perde quasi la durezza dei tratti del suo volto, per renderlo più morbido, più liquido. I capelli ricci, scomposti e appiccicati sulla fronte gli cambiano i connotati. Ma, soprattutto, sono la sua bocca e i suoi occhi a parlare. Gli angoli della bocca sono sempre rivolti verso il basso, e questa è la chiave che racconta tutta la sua tristezza, tutto il suo spaesamento. Gli occhi, poi, sono tristi, impauriti, liquidi. Sono quelli di un cucciolo che non è mai cresciuto. Quelli di un figlio senza padre. Ma poi capiremo tutto. Anche perché si fa chiamare John Lennon. È una fuga dalla realtà che può salvare una vita.

I Beatles sono un filo conduttore discreto in questa storia. Sono sempre presenti, continuamente evocati ma mai abusati, come farebbe un film mainstream inglese o americano. Qui non si ammicca continuamente, ma si suggerisce, si suggestiona. L’elemento iconico, le giubbe di Sgt. Pepper, arriva a un certo punto del film e poi alla fine. E così la canzone dei Beatles è solo una e arriva soltanto alla fine: questione di diritti o di saper creare sapientemente l’attesa? In ogni caso, il gioco funziona.

The Last Viking racconta una storia dolorosa, quella di un disagio mentale e di un’infanzia difficile con un tono tutto particolare, che diverte, intrattiene, ma non ci fa mai perdere di vista di cosa stiamo parlando. È un film in cui, fateci caso, l’unico “normale”, che dir si voglia, è Anker: un criminale, un assassino, un truffatore. E in cui i “matti”, alla fine, sono migliori dei sani.

Ci sono due fratelli, un padre che non c’è più e dei soldi. C’è un viaggio, c’è un incontro prima fatto di interesse e poi di affetto. The Last Viking è Rain Man girato dal fratello violento di Kaurismaki. Del regista finlandese c’è l’aria sospesa, surreale, quel senso di sentirsi ubriachi di giorno. Ma, a differenza del suo cinema, qui c’è troppa violenza in alcuni punti: è fuori luogo rispetto al tono del film ed è forse il suo unico difetto.

30 anni fa il cinema danese raccontava i traumi dentro la famiglia con il registro del dramma e il rigore formale del Dogma nel seminale Festen di Thomas Vinterberg. Ora tocca in fondo gli stessi temi ma lo fa con un film immaginifico e fantasioso, ma non meno intenso. Se tutto questo teatro dell’assurdo ci risulta alla fine credibile, tangibile, se il tragico e il comico ci arrivano, è merito della scrittura, della regia e di un cast riuscito. Un grandissimo merito è anche quello di Mads Mikkelsen. Non è più Le Chiffre e quegli occhi non sanguinano. Ma fanno piangere noi.

di Maurizio Ermisino 

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