“L’affetto per lui cresce. Ma lui non cresce dentro di me”. A parlare è Ryland Grace, che per tutti sarà solo e sempre Grace, il personaggio di Ryan Gosling ne L’ultima missione: Project Hail Mary, un particolarissimo film di fantascienza nelle sale italiane dal 19 marzo. Sta parlando di un alieno, che ha incontrato nella sua missione, a cui ha dato nome Rocky. E quel riferimento “non cresce dentro di me” è ovviamente ad Alien, un film di cui non si può tenere conto quando si parla di extraterrestri. Ecco, Phil Lord e Christopher Miller, due che hanno vinto un Oscar con il magnifico film d’animazione Spider-Man – Un nuovo universo, fanno una cosa ben precisa: citano tutto quello che è possibile citare per dirci che non sono certo i primi a girare un film di fantascienza e c’è stato chi, in materia, ha già fatto dei capolavori. E, una volta fatto questo, girano un film che, per tono, trovate, atmosfera, è qualcosa di nuovo, che nel genere non si era mai visto.
L’insegnante di scienze Ryland Grace (Ryan Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra… ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa impresa.
A leggere la trama del film ci si aspetterebbe un tono apocalittico, serioso, grave. Invece, a sorpresa, L’ultima missione: Project Hail Mary è una space opera autoironica, buffa, leggera. Così come lo era, in modo altrettanto sorprendente, The Martian di Ridley Scott, il primo riferimento che viene in mente vedendo questo film. E infatti è basato sul romanzo Project Hail Mary di Andy Weir, lo stesso autore del romanzo The Martian. La particolarità di entrambe le storie sta proprio nel tono. Perché questa leggerezza sorprende sempre, quando parliamo di fantascienza, un genere che, per sua natura, al cinema è sempre stato serioso e solenne. A proposito, il titolo “Hail Mary” significa “Santa Maria”, proprio la preghiera. Perché la missione ha poche probabilità di riuscita ed è una di quelle da cui non si torna.
Phil Lord e Christopher Miller, con Spider-Man – Un nuovo universo, avevano smontato e riscritto il mito dell’Uomo Ragno. Qui provano a farlo con il cinema di fantascienza. Lo fanno sentendosi divertiti, grati nel farlo, consci di stare “sulle spalle dei giganti”, cioè di venire dopo dei grandi artisti che si sono cimentati nel genere. E così citano 2001: Odissea nello spazio, facendo danzare le astronavi tra le stelle, ma stavolta al ritmo di un tango e non di un valzer. Citano Incontri ravvicinati del terzo tipo, con la sequenza di cinque note che viene usata come primo contatto con l’alieno. Ma citano anche Rocky – sì proprio Rocky Balboa, il pugile, che con la fantascienza non c’entra affatto – e l’intera saga. E ci mettono anche gli Scorpions e i Beatles. C’è davvero di tutto in questo film.
Ma perché Rocky? Perché è così che Grace, dovendo dare un nome all’alieno, decide di chiamarlo. È una sorta di granchio fatto completamente di roccia. E allora il nome viene spontaneo. E con esso tutti i riferimenti ai film della saga, Adriana compresa. Rocky è la vera sorpresa del film. È intelligentissimo, simpatico ma anche pedante, fidato ma anche invadente. Rocky è uno degli alieni migliori mai visti al cinema, sicuramente uno dei più originali. E anche il rapporto che si crea tra un rapporto tra uomo e alieno, così non si era mai visto, o forse sì. Perché a tratti ci ricorda quello tra E.T. e il piccolo Elliott. Ma lì c’era un bambino. Qui invece il rapporto è tra due adulti, due persone colte e sensibili. È un rapporto empatico, serio e faceto, commovente e divertente. È per questo che, oltre che un film di fantascienza, L’ultima missione: Project Hail Mary è anche un buddy movie. E Ryan Gosling, ancora una volta, è strepitoso. Ormai è uno di quegli attori che può fare tutto.
L’ultima missione: Project Hail Mary è un film originale e unico, pieno di rimandi e citazioni. È divertente, geniale, eppure – pare un ossimoro – è anche noioso. Solo a tratti, sia chiaro. Il fatto è che si prende i suoi tempi per raccontare la storia, per raccontare le evoluzioni nello spazio, cosa che se non sei Kubrick non è facile da fare. A proposito di tempi di narrazione, le vicende nello spazio sono intervallate da un lungo flashback, in montaggio alternato, che dura tutto il film. È un racconto utilissimo per spiegare non solo l’obiettivo della missione, ma anche le motivazioni dei personaggi. E, arrivati alla fine del flashback, conosciamo anche davvero il protagonista, e lo vediamo sotto un’altra luce.
L’ultima missione: Project Hail Mary ci dice che si può fare un film di fantascienza che non era ancora stato fatto, che somiglia a tutto e non somiglia a niente. Che si può fare un film che sia credibile anche dal punto di vista scientifico ma che sia il più possibile pop e divertente. Ma, soprattutto, ci dice che si può collaborare, dialogare anche se non si è vicini, anche se non si parla la stessa lingua, anche se si viene da storie e mondi distanti. In un momento in cui noi, intesi come umanità, stiamo facendo esattamente il contrario, questa è una storia che può insegnarci molto.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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