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Scream 7: La saga horror ritorna alle origini, con Neve Campbell e la regia di Kevin Williamson

Scream 7: La saga horror ritorna alle origini, con Neve Campbell e la regia di Kevin Williamson

“Pensavo che non sono mai entrato dalla finestra della tua cameretta”. Dopo un prologo, come al solito, spaventoso, inizia con queste parole Scream 7, il nuovo capitolo della saga, diretto da Kevin Williamson con Neve Campbell, Courteney Cox e uno stuolo di giovani interpreti. Ed è una citazione nella citazione. Perché, dopo il nuovo corso dei capitoli 5 e 6, Scream torna alle origini, diretto da quel Kevin Williamson che era l’autore dello script del primo film (diretto da Wes Craven), ma anche il creatore di Dawson Creek. E sia nel primo Scream che nella famosa serie c’era un personaggio che entrava dalla finestra di una cameretta. È un modo per Williamson di mettere un marchio di fabbrica sulla storia – e ne metterà molti – per dire che, nonostante la saga sia andata avanti in vari modi, spesso anche molto bene, il primo film era farina del suo sacco. Era il migliore. E il nuovo film, che si lega in molti modi ad esso, non può che essere un gran film.

Quando un nuovo assassino mascherato da Ghostface semina il terrore nella tranquilla cittadina dove Sidney Prescott (Neve Campbell) ha ricostruito la sua vita, i suoi incubi più profondi diventano realtà: la prossima vittima designata è sua figlia (Isabel May). Decisa a proteggere ciò che ama, Sidney dovrà riaprire le porte del suo passato e affrontare, una volta per tutte, l’orrore che pensava di aver lasciato alle spalle.

È interessante vedere Scream 7 proprio in questo momento in cui, a causa della triste scomparsa di James Van Der Beek, in tanti sono tornati a guardare, o anche solo ricordare, Dawson’s Creek. Perché il film e la serie sono le creature più famose di Kevin Williamson e, in fondo, sono la stessa cosa, sono due lati della stessa medaglia. In quelle due storie ci sono l’amore per il cinema, e per la creazione artistica in genere, un certo senso di malinconia giovanile e un certo sentimentalismo. E, ovviamente, una grande dose di citazionismo. In Dawson’s Creek è declinato nella passione per Spielberg, in Scream in quella per Halloween, Venerdì 13 e Nightmare. Non è un caso che, all’inizio di Scream 7, si veda uno spettacolo amatoriale a teatro, come, nella serie, assistevamo alle riprese dei filmini amatoriali di Dawson. Insomma, tutto torna.

E tutto torna anche all’interno della saga di Scream. Che, in questo nuovo capitolo, ci vuole portare il più possibile agli inizi, al primo film. Per questo la figlia di Sidney si chiama Tatum, come la migliore amica della madre, morta tragicamente in quella prima storia (era il personaggio interpretato da Rose McGowan). E per questo si fa un continuo riferimento a Stuart “Stu” Macher, elemento chiave di quel film, interpretato da Matthew Lillard.

Ma, man mano che dal primo Scream la saga è andata avanti con i vari seguiti, ha sempre teorizzato sui meccanismi dell’industria cinematografica: il sequel, la trilogia e lo sfruttamento di Hollywood delle saghe, i contenuti virali, i requel o legacy sequel. Qui si tocca un’altra tendenza del cinema di questi tempi. Un classico delle lunghe saghe infatti è il ritorno alle origini, il legame diretto tra il nuovo progetto e il primo film, quasi saltando quello che è stato in mezzo. C’è una frase che detta nettamente il senso del film. “Non è la Sidney di oggi. È la Sidney di 30 anni fa che uccideva Ghostface”. Ecco servito il ritorno alle origini. “È la nostalgia” dice un personaggio in una battuta poco prima. Ecco l’altro senso del film, e quello che guida gran parte delle produzioni di cinema e tv di oggi. A proposito, fate attenzione a una cosa: la morbosità per il true crime è ancora più attuale oggi che 30 anni fa.

E, a dirla tutta, questo Scream 7 è il terzo legacy sequel della saga, una tendenza iniziata con il quinto Scream qualche anno fa e continuata con Scream 6. Ma se la formula del legacy sequel prevede personaggi nuovi accanto a personaggi storici, con un passaggio di consegna tra gli uni e gli altri, qui l’eredità è da considerarsi in senso stretto. È uno di quei casi in cui il testimone passa di madre in figlia, visto che la nuova protagonista, accanto a Sidney, è a tutti gli effetti la figlia Tatum.

Come avrete capito, siamo di fronte a un film intrigante e affascinante per tanti motivi. Ma com’è, come horror, il nuovo Scream? È un horror molto riuscito, probabilmente il migliore con il primo e con il quinto. Williamson orchestra, sin dal prologo, le morti con un rituale annunciato e coreografato, in modo che siano sempre più creative, sorprendenti, e quindi divertenti. Il gioco è sempre lo stesso: non sai mai cosa è vero e cosa è finto, cosa è innocuo e cosa è mortale, devi sospettare di tutti (ancora più stavolta che la trama è orchestrata come un giallo di Agatha Christie, in cui ognuno può essere il sospettato). E, come sappiamo, una volta smascherato un Ghostface non è detto che sia finita. Ce n’è sempre più di uno. La tensione funziona, le citazioni anche, solo il finale, un po’ campato in aria per stupire a tutti i costi e sviare il pubblico dai sospetti, ci sembra un po’ deludente e forzato.

La saga di Scream è stata anche sempre al passo con i tempi (ricordate l’episodio 4, con l’arrivo dei social media e dei contenuti generati dal pubblico?). Qui si parla di Intelligenze Artificiali e di Deepfake, ma anche di podcast, di Netflix, e così via. Se le nuove protagoniste non hanno l’appeal delle eroine dei capitoli 5 e 6, Melissa Barrera e Jenna Ortega, Neve Campbell e Courteney Cox dimostrano che la saga è ancora nelle mani dei personaggi originali, quelli adulti. Lo script ironizza sul fatto che Sidney non fosse presente ai fatti di New York, quelli del sesto film. Ed è un modo per dire che non c’è Scream senza Neve Campbell. E neanche uno Scream senza Kevin Williamson. Con le immagini che scorrono sui titoli di coda, in cui i nuovi reporter e filmmaker non sanno riprendere un servizio in diretta, è come se il creatore di Scream dicesse: i nuovi registi che avevano preso in mano la saga non sono come me.
di Maurizio Ermisino

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