Le vite degli altri che si “accendono” nelle illuminate finestre di fronte. Chi si ama, chi brinda, chi fa festa, chi si prende cura di un bambino nato da poco. Ma tu sei dall’altra parte della scena, sei nel controcampo, in quella finestra poco illuminata. Ti stai bevendo una birra e osservi. Chi sta in quella finestra poco illuminata è il protagonista di Rental Family – Nelle Vite degli Altri, bellissimo e sorprendente film in arrivo al cinema il 19 febbraio. È Philip, un attore americano (Brendan Fraser) che fatica a trovare uno scopo nella vita fino a quando non ottiene un lavoro insolito: lavorare per un’agenzia giapponese di “famiglie a noleggio”, dove interpreta ruoli diversi per persone sconosciute. Man mano che si immerge nel mondo dei suoi clienti, inizia a stringere legami autentici che confondono i confini tra performance e realtà. Affrontando le complessità morali del suo lavoro, ritrova uno scopo e un senso di appartenenza scoprendo la bellezza dei legami umani.
Giappone. Puoi vivere qui per cento anni ed avere più domande che risposte. È quello che dice a Philip il direttore dell’agenzia di famiglie a noleggio Rental Family, quello che diventerà il suo capo. Philip è un americano a Tokyo ed è naturalmente “Lost in Translation”, anche se sono ormai sette anni che vive lì. Ma in Giappone è tutto diverso. Quell’idea che un attore impersoni qualcuno che ci è caro è qualcosa che a noi fa sorridere, che stranisce. Ma in Giappone è qualcosa che è terribilmente serio, che ha una logica, che serve a qualcosa.
Perché far impersonare a un attore qualcuno che ha fatto parte della tua vita, o che vorresti ne faccia parte? Rental Family vende persone? No, vende emozioni. Non si tratta di sostituire una persona, ma di aiutare gli altri a convivere con quello che manca, di colmare un vuoto. “Non basterebbe fare terapia?” chiede a un certo punto Philip. “In Giappone non è così semplice”, gli rispondono. E allora non sorridiamo più di questa cosa. Proviamo ad entrare nella cultura di un popolo, nella sua anima, nei suoi sentimenti. E la cosa diventa immediatamente affascinante.
Così Philip entra in agenzia. “Serve un bianco in catalogo” gli dicono. E ben presto i suoi ruoli cominciano a diventare sempre più importanti e più intensi. Inizia con “l’americano triste” a un funerale. Poi recita la parte di un marito per una giovane sposa giapponese, a uso e consumo della sua famiglia. Diventa il compagno di videogiochi di un uomo della sua età. E un giornalista che possa intervistare un vecchio attore del cinema giapponese. Ma tutto diventa più delicato quando si tratta di fare da padre a Mia, una bambina che il padre non lo ha mai conosciuto.
“È tutta una questione di adattamento, come il jazz”. È davvero questo il ruolo dell’attore? Ed è davvero la stessa cosa recitare per un film di finzione, o per una pubblicità, o farlo andando a incidere nella vita delle persone? È la stessa cosa se queste sono consapevoli o meno che chi hanno di fronte sta recitando? Rental Family, diretto dalla regista giapponese Hikari, risponde a tutte queste domande in modo delicato, dolce, sorprendente. Sembra una storia che non ci riguardi, e invece man mano capiamo che può parlare a tutti noi. Perché “a volte abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi e ci dica che esistiamo”.
E così Philip diventa molto più di un attore. Il suo ruolo è quello di aiutare gli altri, di colmare i loro vuoti. E, alla fine, anche di colmare i propri vuoti. Perché, man mano che la storia va avanti, capiamo che anche lui ne ha, e anche lui avrà qualcosa da imparare da questi strani incontri che farà lungo il suo percorso. Perché quello che fa è finzione fino a un certo punto. E certi rapporti finiscono per rivelarsi veri.
Brendan Fraser ormai è entrato in una nuova fase della carriera, e ci piace molto. Sembra scegliere alla perfezione i ruoli. Aveva già colpito in The Whale, con il suo personaggio oversize, grazie a un trucco prostetico, ma grazie anche alla sua anima. Qui è in scena senza trucchi, con la taglia che può avere un uomo della sua età, con qualche chilo in più, con le rughe. Ma quello che conta, anche qui, sono gli occhi: liquidi, umani, profondi. Occhi che trasudano imbarazzo, dubbio, dolore. Un po’ come il sorriso, che a volte deve sfoderare per contratto, ma che riesce a dirci molto di più. Viene voglia di abbracciarlo, il Philip di Brendan Fraser. E lo abbracceranno spesso i personaggi sullo schermo. Allora andate al cinema, e, mentre guardate il film, provate a tendere le braccia e a raggiungere quest’uomo a cui non potrete non voler bene.
di Maurizio Ermisino
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