In inglese la parola “shroud” denota il velo funerario, ma ha anche altri significati. Può significare “coprire” e “nascondere”. La maggior parte dei rituali funebri riguarda proprio l’evitare la realtà della morte e ciò che accade a un corpo. Nel film The Shrouds di David Cronenberg avviene un’inversione della normale funzione di un sudario. Qui serve a rivelare, piuttosto che a celare. In un certo senso, i sudari che il protagonista ha inventato sono dispositivi cinematografici. Creano un proprio cinema: un cinema post-morte, un cinema della decadenza. Sono le parole stesse di David Cronenberg a spiegare il suo nuovo film, The Shrouds, nelle sale il 3 aprile, dopo essere stato presentato al Festival di Cannes e al BAFF Film Festival di Busto Arsizio. Solo uno come lui poteva avere un’idea del genere. E realizzare un film che, al di là del tema sicuramente difficile, è affascinante, intrigante, magnetico.
Ma di cosa parla The Shrouds? Karsh (Vincent Cassel) è un uomo d’affari che, in seguito alla morte della moglie Becca (Diane Kruger), ha inventato una tecnologia rivoluzionaria e controversa che permette ai vivi di monitorare i propri cari defunti avvolti nei sudari. Quei sudari sono provvisti di telecamere, che possono mandarci l’immagine del corpo che vi è avvolto, visibili tramite un’app o anche tramite dei video posti sulle lapidi. Una notte diverse tombe, inclusa quella di sua moglie, vengono profanate. E dietro a quello che sembra un gesto isolato sembra prendere vita sempre più l’idea di un complotto.
Di quel complotto, guardando il film, non è che ci interessi poi molto, alla fine. Ma è giusto così. Quella trama da giallo, da intrigo internazionale, in realtà, è solo un travestimento. Avvolto una struttura da noir c’è in realtà il vero film, che è un mélo che vive dell’impossibilità di Karsh di vivere il suo amore con la moglie perduta. Karsh, interpretato da Vincent Cassel, è evidentemente un alter ego di David Cronenberg: i capelli lisci e pettinati all’indietro, il volto glabro ed emaciato, l’aria fredda e distaccata. Ed è un uomo che, per lavoro, gira video. David Cronenberg in qualche modo ha messo in scena se stesso: The Shrouds nasce dal lutto per la scomparsa della moglie, nel 2017. Karsh e la sua storia nascono da qui, per prendere ovviamente una via completamente diversa, e vivere una vita propria.
L’artista delle mutazioni, il cineasta dei corpi in trasformazione, David Cronenberg, ritorna con un film cronenberghiano in tutto e per tutto. Da sempre interessato alle evoluzioni del corpo umano, influenzato dalla tecnologia, dalla malattia, da esperimenti scientifici, ora racconta la mutazione più naturale ed inevitabile. Quella del corpo senza vita, il corpo che si decompone, fino a diventare uno scheletro. Dall’altro lato, Cronenberg guarda verso un’altra mutazione del nostro corpo. È quella sorta di simbiosi che abbiamo con i nostri device – smartphone e computer – con ogni tipo di app e di Intelligenza Artificiale. Cronenberg ne parlava in tempi non sospetti dei tool tecnologici come di una vera e propria estensione del nostro corpo e della nostra mente.
In The Shrouds racconta così la nostra ossessione di essere continuamente connessi con ogni cosa. E la porta al limite, alla storia di un uomo che cerca di elaborare il lutto restando connesso con quel che resta della moglie, cioè le sue spoglie. E parlando con un’assistente AI che ha un avatar ispirato a lei e parla con una voce simile alla sua. Nei giorni nostri siamo ossessionati dal controllare le vite di tutti, con qualsiasi mezzo. Cronenberg va oltre e immagina una nostra ossessione nel controllare anche le persone dopo la morte. È l’era della connessione continua, del voyeurismo, dello scrutare chiunque e qualunque cosa. Ma non è un caso che la prima connessione vera Karsh l’abbia con una persona non vedente, l’affascinante Soo-Min, interpretata da Sandrine Holt, l’attrice che avevamo conosciuto con Rapa Nui e che è interessante rivedere oggi.
Cronenberg racconta tutto questo con un film raggelato, rigido, controllato. Un film che comunica distacco e distanza. È questo che è diventata la nostra vita? È questo che produce un lutto così grande? The Shrouds è una storia di persone raffreddate e incapaci di comunicare, dove però gli unici momenti di calore, di passione e di dialogo sono nei sogni e nel sesso, dove finalmente gli esseri umani comunicano davvero.
In questo senso Cronenberg infrange un tabù. Quello di mostrare un corpo femminile, bellissimo, amputato e mutilato dalla malattia. È quello di Diane Kruger, che interpreta il doppio ruolo della moglie Becca, scomparsa a causa del male, e della sorella, a cui Karsh è legato da una forte attrazione reciproca. Sono momenti dolorosi, eppure anche carichi di dolcezza. The Shrouds è un film particolarissimo, che non vuole essere macabro, ma prova a comunicare un senso di accettazione, di ricerca della serenità. Che prova a lavorare sull’idea di lasciar andare chi non è più tra noi. Il finale, in questo senso, vuole provare a dirci questo.
In The Shrouds c’è molto del suo cinema passato. Da Inseparabili arriva l’identificazione di Terry (interpretata sempre da una meravigliosa Diane Kruger) con Becca, la sorella scomparsa, l’attenzione quasi morbosa per la sua vita e, di conseguenza, per suo marito, Karsh. Da Inseparabili viene anche l’attenzione per la bellezza interiore, che era la passione di due ginecologi per gli organi interni. Una bellezza infilmabile, perché lontana dai nostri occhi. Così come è infilmabile anche il corpo di un defunto, o quel che ne resta, avvolto in un sudario e sotto terra. C’è anche Crash, con le cicatrici sui corpi malati, con le protesi inserite nei corpi che si stanno distruggendo. Tutti i film di David Cronenberg, in fondo, hanno sempre avuto a che fare con l’idea della morte, ma nessuno è stato così vicino ad essa, a una riflessione più profonda sulla fine della vita. E, con un film così legato all’idea di morte, Cronenberg è riuscito a girare il suo film più vitale da molti anni a questa parte.
di Maurizio Ermisino
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