Si vive in mezzo alle luci, luci abbaglianti, nelle notti di Las Vegas. I neon delle insegne, i riflettori dei teatri. Ma se quelle luci dei si dovessero spegnere, per chi ha sempre vissuto illuminato da queste, che ne sarebbe della sua vita? The Last Showgirl, il film di Gia Coppola con Pamela Anderson, nominata ai Golden Globes per questo ruolo, racconta proprio una storia di questo tipo: quello di una ballerina di Las Vegas sui cui si spengono i riflettori. E che si trova a doversi inventare una nuova vita. È al cinema dal 3 aprile.
In The Last Showgirl Pamela Anderson è Shelly, una showgirl di Las Vegas. Dopo 30 anni di attività, quando il Razzle Dazzle, il suo storico spettacolo chiude bruscamente, Shelly deve ripensare il suo futuro e affrontare le scelte del passato. Accanto a lei c’è Jamie Lee Curtis nel ruolo della migliore amica di Shelly. Nel cast anche Dave Bautista, Brenda Song, Kiernan Shipka e Billie Lourd nei panni della figlia.
Lustrini, strass, piume e grandi ali di raso. E costumi succinti che lasciano i corpi delle ballerine in bella vista. Il Razzle Dazzle è uno show di questo tipo. C’è chi lo definirebbe uno spogliarello. E c’è chi – le ragazze che ci lavorano – lo definisce danza. È un lavoro che le ragazze amano, soprattutto per chi lo fa da tanti anni. E che per farlo ha rinunciato a molte cose.
Sin dalle prime immagini, sembra quasi di rivedere le ragazze di Showgirls, il film di Paul Verhoeven del 1995, trent’anni dopo. Ma quel mondo qui viene raccontato in modo molto diverso. In Showgirls c’erano rivalità, sesso, corruzione. Qui invece c’è tanta solidarietà e amicizia. Quella delle ballerine è raccontata come una famiglia elettiva, in cui le ragazze più grandi sono quasi una sorta di madri, o di zie, per le più giovani. Non c’è rivalità, non c’è concorrenza, ma solo la consapevolezza di essere sulla stessa barca, e che allora è meglio remare insieme.
Dopo Demi Moore in The Substance, The Last Showgirl ci mostra un’altra star, un altro sex symbol degli anni Novanta, alle prese con il passaggio alla maturità, e con la sensazione che la propria stella stia smettendo di brillare. Come Demi Moore, anche Pamela Anderson, a modo suo, offre un’interpretazione convincente. Anche lei, sicuramente, deve aver trovato nella storia delle risonanze con la sua carriera e la tua storia. “Sei stata scelta perché eri sexy e giovane” le dice un regista a Shelly a un provino. Chissà quante volte, nella vita reale, Pamela Anderson si sarà sentita dire queste cose.
È ancora molto bella, Pamela Anderson, in questo film. È una Pamela inedita, come l’abbiamo vista di rado: acqua e sapone, senza trucco e con i capelli raccolti, che lasciano vedere bene il suo viso. Che ha qualche ruga, sulla fronte, intorno agli occhi e alla bocca. Ma non sono molte. Quando è sul palco, ovviamente, ha il trucco di scena d’ordinanza. Ma è molto, molto più espressiva rispetto all’attrice che interpretava C.J. Lewis in Baywatch. Come Shelley è rimasta legata al Razzle Dazzle, così Pamela Anderson è rimasta legata per sempre a quel ruolo. Questo film è la sua occasione per andare oltre. Nella sua interpretazione, come detto, è probabile ci sia molto della sua vita reale. Sfortuna in amore compresa.
Quello che colpisce, nella versione originale del film, è la voce di Pamela Anderson. Una voce flebile, melodiosa, dolce, spesso appena sussurrata. Una voce che ha qualcosa di quella di Marilyn Monroe. Un’altra bionda spesso etichettata in maniera univoca. Sì, perché le etichette, per Shelly, ma per qualsiasi donna, ci sono sempre. C’è chi dice che, se sei madre, avresti dovuto fare un lavoro diverso, con orari più normali, da fare mentre tua figlia è a scuola. Sì, Shelley ha una figlia e, ora che è alla fine di quel lavoro durato trent’anni, sua figlia, i sensi di colpa e i rimpianti, tornano a galla tutti insieme. La vita, insomma, sembra presentare il conto.
The Last Showgirl, pur girato in un mondo molto particolare, in realtà è un racconto molto universale. Ogni donna, prima o poi, si sarà sentita dire “dovresti” “potresti” o “avresti dovuto”. Ma, ancora di più, riguarda proprio tutti, che potranno ritrovarsi in quella frase che sentiamo dire così forte e chiara. “I tempi sono cambiati”.
A dirigere il film c’è Gia Coppola, ultima erede di una fortunata famiglia di registi: Francis Ford (di cui è la nipote), Sofia, Roman. Il suo stile si avvicina in parte a quello di Sofia nel suo essere sospeso, rarefatto, atmosferico. Nel suo essere struggente pur restando in qualche modo leggero, mai troppo drammatico. Ha però una sua originalità, un modo più diretto di raccontare le cose.
Accanto a una Pamela Anderson centrata, convincente, c’è una grande Jamie Lee Curtis, che con due o tre pose di prende la scena: ha un volto e un corpo unici, che danno il meglio in un ballo pieno di voglia di vivere e di nostalgia sulle note di Total Eclipse Of The Heart di Bonnie Tyler. Nel cast, oltre alla star in ascesa Kiernan Shipka, che in questo periodo è ovunque, c’è un Dave Bautista che, lontano dai suoi soliti personaggi eccessivi, si mostra per la prima volta, anche lui, in un ritratto senile.
Ma, soprattutto, c’è Billie Lourd, nei panni della figlia a lungo trascurata, e rancorosa, di Shelly. E anche qui accade probabilmente qualcosa di speciale. Perché Billie Lourd è la figlia di Carrie Fisher, la principessa Leia di Star Wars. E probabilmente sa che cosa vuol dire avere una madre presa dalla propria carriera. The Last Showgirl è in fondo una storia di genitori e figli, di storie che finiscono e altre che possono ricominciare. Per molti versi è una sorta di The Wrestler al femminile, e con quel film condivide il finale aperto.
E allora torniamo a quelle mille luci di Las Vegas, con cui Gia Coppola riesce a giocare con efficacia, costruendo una sorta di paesaggio-stato d’animo al contrario, un mondo dorato e luminoso che continua brillare mentre le luci dei riflettori si stanno spegnendo sulle protagoniste e, di conseguenza, si stanno spegnendo dentro anche loro. Le altre luci, quelle naturali, quelle del tramonto e dell’alba, forse vogliono dire che, al di là dello show, c’è una vita reale da vivere, là fuori.
di Maurizio Ermisinno
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