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Amy Adams. Infinite sfumature di rosso

Era già stata una giornalista, sullo schermo, Amy Adams. Era stata Lois Lane, in Superman: Man Of Steel di Zack Snyder. Ma lì eravamo a tutti gli effetti in un altro mondo, quello dei fumetti, e, pur essendo un personaggio umano, la sua Lois era indubbiamente un carattere stilizzato. In Sharp Objects, la nuova serie cult HBO, in onda su Sky Altantic, la sua Camille Preaker è un personaggio reale e pulsante. È una giornalista di secondo piano, una che non vincerà mai il Pulitzer, una che viene mandata in provincia solo perché una serie di delitti sono stati commessi nella sua città natale, Wind Gap. E il suo direttore le chiede di scrivere un pezzo di colore, “un quadretto suggestivo”.

Era la ragazza più bella di Wind Gap, Camille. Oggi non è certo una numero uno. Se non sapessimo, fin dalle prime scene, che è una giornalista, potrebbe sembrarci una detective privata. Sbiadita, stropicciata, sfinita, la Camille di Amy Adams sembra la versione attuale e femminile dei tanti loser dei noir anni Quaranta. I suoi capelli rossi sembrano più sbiaditi, lei appare spenta. Il suo è un lavoro di sottrazione, di understatement. Difficile, per una come lei, che ci ha abituato a illuminare lo schermo. Ma Amy Adams ci riesce alla grande. E allora tocca andare dietro alla patina ovattata che ricopre Sharp Objects, dietro la sua recitazione sottotono, dietro a tutto questo per ritrovare quei suoi occhi vispi, svegli, quella carnagione rosa pallido, i tratti del viso morbidi che qui fa di tutto per indurire. Una sigaretta dietro l’altra, un whisky (o una vodka) dietro l’altro, ogni gesto fa di Camille/Amy Adams una Philip Marlowe al femminile. È una figura nera – i jeans attillati, gli stivali, le felpe infeltrite – che si staglia sul verde umido del Midwest, e attraversa, come un fantasma, i luoghi del suo passato.

È il punto più lontano di un’evoluzione che non potevamo immaginare, siamo agli antipodi del punto di partenza con il quale l’avevamo conosciuta, quel Come d’incanto, prodotto dalla Disney, in cui ironizzava sulla classica principessa disneyana, una Cenerentola, che, però, dalle favole, veniva bruscamente portata nella realtà, nella New York di oggi. I capelli rosso vivo, gli occhi azzurri, il sorriso smagliante e l’espressione sognante: Amy era una principessa così perfetta da sembrare disegnata (e lo era, nella prima parte del film, quella ambientata nel mondo dei cartoni), così come lo era la sua Amelia Earhart in Una notte al museo 2, altra sorta di cartoon per attori in carne ed ossa. La Amy che avevamo conosciuto era gradevole, fresca, perfetta per quei ruoli. Ma nessuno pensava che l’attrice nata in Italia, a Vicenza (nel 1974) e cresciuta per i primi anni di vita ad Aviano (Pordenone, dove il padre, militare, lavorava), fosse capace di dare profondità, e aspetti di volta in volta diversi, a quel volto carino.

Ci ha stupito più volte, Amy Adams, in questo suo percorso che l’ha portata fino a Sharp Objects, in cui il rosso dei suoi capelli ha attraversato un’infinità di sfumature. La prima volta è stata in The Fighter, un primo tentativo di sporcare quella bellezza da favola, nel ruolo di una barista: una ragazza comune, jeans e canotta scollata, ma con una dose di sensualità che fino ad allora non le avevamo mai associato, donatale da qualche chilo e qualche forma in più, dovuti alla gravidanza in stato iniziale. Percorso inverso, ma stesso risultato: qualche anno dopo abbiamo ritrovato Amy irresistibile come non mai in American Hustle, ancora diretta da David O. Russell, un film ambientato negli anni Settanta. Perfetto contraltare di un Christian Bale sovrappeso e grottesco, Amy Adams appare tonica, il fisico nervoso e tirato a lucido, nei succinti abiti Seventies, scollati davanti e sulla schiena, fermando il tempo ogni volta che attraversa la scena, con i suoi capelli che diventano ricci e più tendenti a un luminoso castano.

Se American Hustle è azione e muscoli, e interpretazioni sopra le righe, Amy Adams è tornata a lavorare di sottrazione nella doppia interpretazione che l’ha finalmente consacrata come star del cinema d’autore, in quell’anno di grazia, il 2016, che l’ha vista protagonista di Animali notturni, di Tom Ford, e Arrival, di Denis Villeneuve. Tom Ford riveste Amy di abiti eleganti e di colori laccati che sembrano uscire da una tela di Hopper, i capelli lisci ramati, il rossetto rosso, gonne attillate e stivali sotto al ginocchio, fissandola in un’immagine iconica da cui è ancora più difficile far trasparire il dolore, il rimpianto, la perdita. Che però ci arrivano tutti. È il contrario di quello che accade in Sharp Objects, dove il dolore trasuda dalla pelle senza luce e senza trucco, mentre qui è ingabbiato da rossetti e mascara. Villeneuve invece lascia spesso la sua carnagione chiara e i capelli rossi liberi, illuminati dalla luce del sole, alla natura, quando non la ingabbia nella tuta da astronauta.

Capace di sembrare una diva d’altri tempi come una tipica ragazza di oggi, una principessa delle favole come una donna determinata e volitiva, Amy è entrata anche nel mondo di Tim Burton, dove l’incanto non è propriamente quello di una classica favola, ma contiene sempre qualcosa di insolito. È interessante che la Adams, nota per i suoi grandi occhi blu, abbia finito per interpretare Margaret Keane, la donna dietro i famosi ritratti con i grandi occhi in Big Eyes. Ogni volta che recitga in un film, immaginiamo sia difficile non chiederle di spalancarli, di non aprire il suo sorriso brillante. In Sharp Objects Amy Adams tiene a freno tutto questo, tutti i suoi punti di forza. E, nonostante tutto, o forse proprio per questo, è ancora una volta irresistibile.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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